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Il repubblicano Eastwood è più a sinistra di noi…

06 febbraio 2012

Fa discutere (come non potrebbe) lo spot Chrysler firmato Clint Eastwood e andato in onda nell’intervallo del Super Bowl. Chi lo vede come uno spot pro-Obama chi rileva (giustamente) l’eco di un decisivo spot della campagna Regan del 1984 (si passa da It’s halftime in America a It’s morning again in America, più altre immagini retoriche ricorrenti…).

 (Qui lo spot: http://video.unita.it/media/Mondo/Clint_Eastwood_spot_per_la_Chrysler_4037.html)

Ma il punto non è questo. Dalle nostre parti fa discutere perché a capo di Chrysler ora c’è il (quasi) italiano Marchionne e dunque Fiat, e dunque crisi, e dunque casse integrazioni, e dunque referendum della Fiom, e dunque Pomigliano, e dunque Mirafiori, e dunque incentivi pubblici all’auto, e dunque delocalizzazione in Serbia, e dunque testa dell’azienda che si trasferisce oltreoceano, e dunque sempre crisi per noi, ecc.

Tutte queste (tanto dolorose, quanto monotone) vicende italiane ci fanno ricadere nel gioco preferito degli italiani: il gioco amici-nemici. Marchionne è nemico, l’operaio è amico, dunque quello che fa Marchionne va sempre male, quello che dice l’operaio va sempre bene. Il gioco ci fa incasellare anche lo spot di Eastwood in una logica buoni-cattivi, destra-sinistra, amici-nemici.

Ma qui scatta un piccolo cortocircuito. Eastwood è un uomo di destra, un repubblicano convinto, ma lo spot magistrale ci tocca, come i suoi film più riusciti muove qualcosa dentro ognuno di noi. “Ma non può essere, allora deve essere uno spot pro-Obama?!?”. Sarà così o non sarà così, il punto ancora una volta non è questo. È uno spot Chrysler, uno spot sull’orgoglio americano, uno spot su un paese in crisi che nei momenti difficili è capace (molto più di noi) di lasciare da parte il “divisionismo” (magari non le divisioni e le idee diverse) e di ritrovarsi unito. Certo, destra e sinistra sono diverse, in Italia e in America, lì e qui ci sono amici e nemici. Ma quello che sembriamo dimenticare è che non tutto può essere sempre incasellato in quelle categorie.

In un suo film del 2009, Gran Torino (corsi e ricorsi, Torino e un film su una macchina, anche se era una Ford…), il repubblicano Eastwood interpreta un vecchio reazionario (Clint è del 1930), un «nonnetto» reduce di guerra, un operaio capace di costruire con le sue mani un auto (la Ford Gran Torino), una casa e una società intesa come interazione tra soggetti culturali diversi (irlandesi, italiani, polacchi). Si confronta con suo figlio, che è «solo un consumatore, un individualista soffocato e ottenebrato da beni materiali di cui non conosce il funzionamento», un «medio-borghese pasciuto» che ha dissipato il patrimonio morale e storico che traumaticamente la generazione precedente aveva saputo creare «ora in nome di un ricambio generazionale, ora di un progresso sociale o di una ribellione». Il vecchio Eastwood, in un film pregno di simbologie marxiste come spiega in modo illuminante un saggio pubblicato dalla rivista Cinergie (N. 18, 2009*), «è in grado di prendere una posizione netta su ciò che succede nelle nostre città, nei cortili, nei cantieri. Il suo personaggio reazionario e apertamente razzista fa un enorme salto in avanti, rispetto a qualunque progressista, instaurando una trasmissione diretta con il giovane ragazzo vietnamita (la generazione dei padri viene saltata). Muore, si sacrifica per lui, perché rinunciare al proprio posto nel mondo è l’unico modo di passare il testimone».

Marchionne ha puntato tutta la strategia di rilancio della Chrysler sull’orgoglio americano di produrre e comprare auto “made in Detroit”. L’anno scorso, durante il Super Bowl, lo spot vedeva Eminem cantare Detroit e guidare Chrysler: quel +24% registrato dalle vendite, secondo molti, è iniziato lì. Insomma negli Usa funziona. E da noi? Marchionne ci ha provato anche da noi con lo spot della nuova Panda (http://video.unita.it/media/Cronaca/Spot_Panda_in_anteprima_web_3912.html). L’ha fatto a modo suo e con uno spot non certo realizzato da un maestro come Eastwood (anche perché personaggi con quello spessore artistico/politico da noi è un po’ difficile trovarli…). Ma il messaggio cerca di smuovere anche qui quell’orgoglio italiano, quella sfida che l’Italia in crisi si trova ad affrontare.

Indovinate com’è finita da noi…

*Il saggio su Gran Torino è di Maurizio Buquicchio, «Il Testamento: Aspetti rivoluzionari di un film reazionario», Cinergie, il cinema e le arti, n. 18, 2009.

   
 
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